Soldi a fondo perduto alle imprese: rischio moral hazard o c’è una alternativa?

Soldi a fondo perduto alle imprese: rischio moral hazard o c’è una alternativa?

Aprile 30, 2020 0 Di Gabriele Galletta

Il decreto Liquidità non basta più. Si deve andare oltre, verso i finanziamenti a fondo perduto nei confronti di aziende che hanno perso sei mesi, se non un intero anno, di fatturato. A dirlo ormai non sono solo pensatori ed economisti estremisti del «deficit incontrollato senza freni», ma anche autorità ben più importanti.

Secondo Banca d’Italia (si veda l’audizione alla Camera del 27 aprile scorso), ad esempio, più che di un’opportunità, si tratterebbe di una vera e propria necessità perché «una parte delle perdite subìte dalle imprese non sarà recuperabile e non tutti i debiti (assistiti da garanzie pubbliche) accesi per far fronte alla crisi saranno immediatamente ripagati al termine dell’emergenza sanitaria».

Nella stessa direzione si era espresso il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, nel suo primo discorso («La strada di far indebitare le imprese non è quella giusta») e qualche giorno fa è tornato sull’argomento anche Carlo Messina, a.d. di Intesa Sanpaolo sottolineando che «le aziende hanno bisogno di finanziamenti a fondo perduto. Per tenere in vita chi ha perso 6 mesi di fatturato spesso non bastano aiuti che aumentano i debiti, perché i debiti vanno restituiti».

Una strada interessante per le medie e grandi aziende è sicuramente quella che si sta studiando in tema di riconversione del debito: sempre al fine di fronteggiare le conseguenze negative derivanti da un ulteriore aumento del livello d’indebitamento delle nostre imprese, già eccessivamente dipendenti dal sistema bancario, si sta studiando (sotto proposta di Assonime) la costituzione di un Fondo, sempre partecipato dallo Stato, per acquisire i debiti con garanzia statale contratti dalle imprese e convertirli in capitale sociale.

È un’idea interessante, non applicabile ovviamente alle piccole e medie imprese, che si ritroverebbero lo Stato nel Capitale Sociale per poche migliaia di euro, con una è partecipazione molto frazionata.

La soluzione per i piccoli: fondi perduti

Per le aziende di minori dimensioni, invece, lo strumento ideale rimane quello dei contributi a fondo perduto, che però dovranno essere calibrati tenendo conto di alcuni fattori molto importanti. Il discorso che stiamo cercando di imbastire sul tema è: i contributi a fondo perduto per le imprese sono una «spesa» eccessiva per lo Stato o sono comunque un qualcosa di dovuto per salvare il nostro tessuto imprenditoriale? C’è un effettivo rischio di moral hazard (captazione di chi non ne ha effettivo bisogno) e di «buttare i soldi via»?

Se si usa il criterio del semplice 25% del fatturato, allora sì. Se si cerca di strutturare un procedimento che guardi, invece. all’effettiva perdita sostenuta dall’imprenditore, allora forse no. Detto questo, il processo di contribuzione a fondo perduto potrebbe basarsi su questi due punti:

  • far affluire alle imprese la liquidità necessaria nel più breve tempo possibile;
  • calibrare l’aiuto all’effettivo danno subìto in conseguenza della crisi.

Ad esempio, convertendo i prestiti ottenuti dalle imprese nell’ambito del Decreto Liquidità in contributi a fondo perduto si riuscirebbe già a soddisfare il primo punto: l’iter per la concessione dei finanziamenti è stato in qualche misura già semplificato rispetto alle procedure consuete e i finanziamenti minori (fino a 25 mila euro) sono stati addirittura esentati dall’istruttoria.

Per il secondo punto, il discorso si fa già più complesso: si sa che il Decreto liquidità ha previsto criteri «storici» di determinazione del finanziamento, non prevedendo invece criteri di «perdita effettiva» sofferta durante la crisi.

Come superare il Moral Hazard?

Il presupposto dell’aiuto in questione potrebbe essere il sostenimento di una perdita da parte dell’impresa che ha dovuto interrompere l’attività o che, comunque, ha subìto un drastico ridimensionamento del suo volume d’affari. Questa perdita può essere teoricamente calcolata in due modi:

  • in base al fatturato perso nel periodo di lockdown, diminuito dei costi variabili (e quindi si prediligerebbe il danno emergente);
  • oppure in misura pari ai costi fissi, cioè a quei costi che gravano sull’azienda per il solo fatto che essa esiste, anche se non produce (e quindi si prediligerebbe il lucro cessante).

In questo quadro, lo strumento del prestito (con garanzia pubblica) convertibile in contributo a fondo perduto risponde alla seguente finalità: non ti do subito il contributo perché potrebbe non servirti; per il momento però, visto che hai immediato bisogno di liquidità, ti concedo un prestito, se poi non sarai in grado di rimborsarlo e rispetterai determinate condizioni, te lo converto in un contributo a fondo perduto.

La trasformazione, del prestito in contributo a fondo perduto, potrebbe avvenire alle seguenti condizioni:

  1. l’azienda dichiara alla banca di non essere in grado di fronteggiare il prestito, suffragando tale dichiarazione con un’appropriata documentazione contabile, e ne chiede, per la parte che non riuscirà a rimborsare, la sua conversione in contributo a fondo perduto;
  2. contestualmente, s’impegna per tutta la durata residua del prestito e per un determinato numero di anni (5, ad es.) dopo la sua scadenza, a non distribuire gli eventuali utili per destinarli al rimborso del contributo, nei limiti – s’intende – della loro capienza;
  3. in caso di cessione d’azienda, entro i 5 anni successivi alla scadenza originaria del prestito (per riprendere l’ipotesi di cui sopra), l’imprenditore dovrà rimborsare il contributo fino a concorrenza del prezzo conseguito con la cessione (e si evitano i fenomeni anzi detti di moral hazard)
  4. analogamente, in caso di successivo scioglimento dell’impresa, l’eventuale capitale ricavato dalla liquidazione sarà prioritariamente destinato al rimborso del contributo.

Con questo procedimento molto più articolato (e sicuramente più difficile da seguire) si riuscirebbe da una parte a sostenere con liquidità fresca le aziende e dall’altra a convertire a fondo perduto i prestiti per le aziende davvero in difficoltà, evitando il fenomeno del moral hazard.

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