Nel DEF si cristallizza il dramma economico post Covid-19

Nel DEF si cristallizza il dramma economico post Covid-19

Maggio 9, 2020 0 Di Gabriele Galletta

Come ha sottolineato anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, il quadro

macroeconomico alla base delle previsioni del DEF ha inevitabilmente ancora fortissimi elementi di incertezza, indotti dall’unicità dell’evento pandemico in corso e dalla assoluta mancanza di un precedente storico cui fare riferimento: ma è proprio nel Documento di Economia e Finanza che si cristallizza il dramma economico a cui andrà incontro il Paese.

Il Documento offre una descrizione condivisibile degli inusitati sviluppi di fronte ai quali si trova l’economia e, quindi, del difficile ambiente nel quale si collocheranno le politiche pubbliche. Le stime che, in via eccezionale, limitano l’orizzonte di previsione al biennio 2020-21 (anziché al quadriennio 2020-23) e si riferiscono a un quadro macroeconomico unico indicano che il Pil reale registrerà una contrazione dell’8 per cento nell’anno in corso e un parziale rimbalzo (+4,7 per cento) nel 2021. Lo scarto rispetto alle previsioni della NADEF 2019 è naturalmente marcatissimo, commisurandosi, cumulativamente nel biennio, in oltre 5 punti percentuali. Lo scarto rispetto alle previsioni della NADEF 2019 è naturalmente marcatissimo, commisurandosi, cumulativamente nel biennio, in oltre 5 punti percentuali.

Secondo le stime presentate nel Documento, la recessione interesserebbe tutte le componenti della domanda aggregata con l’eccezione dei consumi pubblici. Il calo della spesa delle famiglie si commisurerebbe ad oltre il 7 per cento, mentre quello degli investimenti fissi lordi supererebbe il 12 per cento. L’impatto sulle esportazioni raggiungerebbe il 14,4 per cento, con parziale compensazione, per quel che concerne la bilancia dei pagamenti, da parte delle importazioni, le quali, reagendo alla flessione della domanda interna, si contrarrebbero anch’esse in misura consistente (13,0 per cento).

Nel 2021 anche il rimbalzo, limitato, coinvolgerebbe, pur se con intensità diversa, la totalità delle componenti della domanda. Lo scenario prefigurato vede un mercato del lavoro fortemente segnato dalla crisi, con una crescita del tasso di disoccupazione dal 10 all’11,6 per cento nel 2020. Quanto alla natura, lo shock è in primis di offerta, ma è accompagnato, contestualmente, da uno shock di domanda le cui dimensioni dipenderanno, in ultima analisi, dalle risposte della politica economica.

Alle politiche pubbliche spetta il compito di attenuare gli effetti di secondo giro (second round effects), quelli che si produrrebbero se la diminuzione dell’offerta nei settori chiusi alla produzione si traducesse, senza adeguate compensazioni, in un calo del reddito dei lavoratori e quindi in una riduzione ulteriore della domanda e dell’occupazione.

Un elemento che giocherà un ruolo importante nel determinare le dimensioni della caduta del prodotto in Italia è il grado di incidenza della pandemia sulla domanda estera. Con il crollo del commercio internazionale, che potrebbe risultare intorno al 10 per cento su base annua, si ridimensionano i tradizionali mercati di sbocco delle nostre produzioni con risvolti rilevanti sull’export. In alcuni decisivi comparti, come quello turistico, gli effetti avversi rischiano poi di essere prolungati nel tempo dal diverso timing con cui l’emergenza ha interessato le principali aree del mondo. Per quanto riguarda la domanda, importanti saranno infine gli effetti di lungo periodo sul clima di fiducia: infatti, il peggioramento delle aspettative , di cui vi sono già evidenze nei dati ISTAT di marzo e negli indici di volatilità dei mercati finanziari che segnalano valori superiori a quelli conosciuti durante la crisi finanziaria del 2008, potrebbe frenare il possibile effetto rimbalzo e condizionare negativamente le scelte e i piani di consumo e di investimento.

Dettagli di Finanza Pubblica

Nelle valutazioni del Governo il miglioramento dei conti del 2019 si sarebbe riflesso sui conti del 2020, prima della crisi, ridimensionando il disavanzo atteso dal 2,2 all’1,8 per cento. Nel quadro tendenziale, pesano, tuttavia, le nuove previsioni macroeconomiche elaborate a seguito dello shock prodotto dall’emergenza sanitaria.

Secondo il nuovo scenario, la flessione del prodotto dell’8,6 per cento rispetto alla NADEF comporterà un maggior deficit per 4,1 punti di Pil. Alle misure disposte con il decreto Cura Italia è invece attribuito un impatto sull’indebitamento netto di 1,2 punti di Pil. Il nuovo deficit tendenziale cresce quindi al 7,1 per cento del Pil.

Con l’attuazione delle nuovi misure, l’indebitamento netto cresce ulteriormente e raggiunge i 173,3 miliardi (il 10,4 per cento del prodotto) nel 2020 e oltre 101 miliardi nel 2021 (il 5,7 per cento). Il debito pubblico cresce nel biennio rispettivamente al 155,7 e al 152,7 per cento del prodotto. Una valutazione che non sconta gli effetti che gli interventi previsti potranno avere sul quadro macroeconomico.

Nel 2019 il debito pubblico è risultato pari al 134,8 per cento del Pil. Si tratta del livello più elevato dal primo dopoguerra, ma che si è stabilizzato rispetto al 2018 ed è risultato al di sotto di quanto in precedenza atteso. Secondo il DEF dell’aprile 2019 esso sarebbe dovuto crescere di 6 decimi di punto su base annua (al 132,6 per cento, secondo la vecchia serie storica, che non contabilizzava, ai sensi degli allora vigenti criteri del SEC2010, oltre 58 miliardi di buoni fruttiferi postali), mentre nelle stime della più recente NADEF si sarebbe dovuto collocare sul 135,7 per cento. Le valutazioni di preconsuntivo della Commissione europea dello scorso novembre lo indicavano al 136,2 per cento.

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