Moneta e inflazione (non) sono controllate dalle banche centrali?

Moneta e inflazione (non) sono controllate dalle banche centrali?

Giugno 14, 2020 0 Di Gabriele Galletta

In ambito mainstream è convinzione comune che le masse monetarie siano controllate dalla banca centrale (per inciso anche Keynes, nella sua Teoria Generale, assunse questa ipotesi, sia pure in un quadro più complesso di quello dei neoclassici), banche centrali che a loro volta possono controllare il livello generale dei prezzi controllando (regolando il tasso di interesse) la moneta in circolazione.

Ma il dibattito sulla relazione tra moneta stampata dalle banche centrali e inflazione è molto ampio, a dispetto di quello che si crede.

Oggi cerchiamo di capire il fondamento teorico di questa relazione (“se stampo tanta moneta, creerò sicuramente inflazione”) e sopratutto se la quantità di moneta che circola viene decisa in modo esogeno dalla banca centrale o viene “tirata” in modo endogeno dagli operatori.




La teoria monetaria mainstream

Secondo la Teoria Quantitativa della Moneta (TQM) la sequenza è la seguente: le banche centrali possono stampare denaro e con esso comprare titoli, privati o pubblici, dando così alle banche commerciali, o allo Stato, nuova moneta. Inoltre, agendo sulle riserve obbligatorie delle banche, possono variare la capacità degli istituti di credito di concedere prestiti, controllando così l’emissione della “moneta bancaria”, attraverso quello che viene chiamato “moltiplicatore monetario”.

Secondo la TQM, se la banca centrale stampa troppa moneta (che viene moltiplicata dalle banche commerciali secondo parametri sotto il controllo della banca centrale) questa offerta può superare quanto necessario a rappresentare i beni reali. In tal caso i prezzi saliranno, cioè avremo inflazione.

La base teorica di questa affermazione è una particolare interpretazione della seguente identità, detta equazione degli scambi di Fisher:

M×V = P×Q

Dove M è la quantità di moneta, V è la velocità di circolazione (misura cioè quanto velocemente la moneta viene scambiata), P è il livello generale dei prezzi (la cui variazione si chiama inflazione) e infine Q il numero dei singoli beni scambiati.

Sulla base di questa equazione, i sostenitori della TQM (o meglio, i monetaristi dei nostri giorni) affermano che l’aumento di M causi quello di P e suggerisce che le masse monetarie, sotto il controllo delle banche centrali, debbano crescere modestamente, altrimenti l’inflazione esploderà.

Il problema è che questa equazione è una identità contabile, che è vera “per forza di cose”: difatti essa afferma semplicemente che la spesa totale in termini monetari (M×V) è uguale al valore monetario dei beni scambiati (P×Q). Ma nulla ci dice circa la relazione causale (“cosa causa un’altra cosa”) tra M e P.


Oltretutto, questa correlazione sembra sussistere solo nel lungo/lunghissimo periodo, mentre nel breve periodo (come stiamo sperimentando oggi) livello dei prezzi (che rasenta lo zero) e masse monetarie (in continuo aumento nel mondo) non sembrano essere correlate.





Una visione alternativa dell’inflazione

Secondo questa visione, l’inflazione dovrebbe essere generata dalle masse monetarie in circolazione (sempre decise in modo esogeno). C’è però chi pensa, analizzando i dati, come il priniciape motore dell’inflaizone siano i costi di produzione.

Prendiamo in considerazione una fabbrica di spilli, per seguire un noto esempio di Adam Smith (ma relativo a tutt’altro). La fabbrica produce spilli partendo da materie prime (l’acciaio). Si servirà di energia elettrica per far funzionare i macchinari. Inoltre dovrà pagare i suoi dipendenti. Queste spese sono i costi di produzione dell’impresa. Se la produzione di ogni spillo costa un centesimo, allora l’impresa dovrà vendere ogni spillo a un centesimo più qualcosa (il cosiddetto ricarico o mark up) e realizzerà il massimo dei profitti quando avrà venduto tutta la produzione.

Supponiamo che una delle voci di costo aumenti. Se vuole mantenere il suo profitto, l’impresa tenderà ad aumentare il prezzo. Essendo che l’impresa (in ipotesi di concorrenza quasi perfetta) è price-taker (ovvero non può influenzare i prezzi) nei confronti dei suoi fornitori, l’aumento di costi ci sarà per tutte le imprese e nel breve periodo si osserverà quindi un aumento generalizzato dei prezzi.

Ovviamente, nel lungo periodo questo non è certamente vero, poichè l’innovazione tecnologica può permettere alle imprese di ridurre i costi di produzione e abbassare i prezzi: ma nel breve termine un aumento generale dei costi di produzione determina aumento dei prezzi.

E in effetti, la relazione tra inflazione e costo del lavoro per unità di prodotto negli USA sembra essere una correlazione molto più forte di quella prezzi/moneta, in un’orizzonte temporale accettabile.



Domanda e offerta di moneta

Se allora l’aumento dei costi guida a breve termine l’aumento dei prezzi, possiamo ora ipotizzare l’effetto che questo processo avrà sulle masse monetarie: un incremento dei prezzi P richiederà un aumento della moneta M per rappresentare i medesimi beni prodotti (Q) dall’economia. Ergo, le imprese e le famiglie richiederanno “più moneta” al sistema bancario che a sua volta lo richiederà alle banche.

Secondo questa visione, accade l’opposto di quello che ci viene detto: sono gli operatori del sistema economico (famiglie e imprese) che chiedono più moneta attraverso le banche.





Si noti che il “ciclo” del credito anticipa quello della massa monetaria M2. Se è verà l’ipotesi fatta prima, arriviamo allora ad una conclusione molto importante.


Un’eventuale crescita dell’offerta di moneta da parte delle banche centrali che vada oltre la domanda da parte dell’economia, ad esempio attraverso i cosiddetti “quantitative easing” non dovrebbe causare né un sensibile aumento della quantità complessiva di moneta né un corrispettivo aumento dell’inflazione



Come in effetti stiamo osservando da quasi dieci anni. Se quindi le banche centrali stampano moneta in eccesso rispetto a quello che servirebbe al sistema, la moneta in eccesso non arriva nel circuito economico (rimanendo infatti nel sistema bancario, o al più venendo usata dalle banche per comprare attivi finanziari, aumentando ancora più la forbice tra economia finanziaria e economia reale).  

In ogni momento, insomma, è il rapporto tra le banche e chi richiede i prestiti a determinare la quantità di moneta nel sistema economico. Gli economisti spesso usano le metafore “non si può spingere una corda” e “il cavallo non vuole bere” per descrivere quelle situazioni in cui la politica monetaria “rilassata” della banca centrale non si dimostra abbastanza efficace per far riprendere il ciclo del credito.

In questa ottica cambia anche il ruolo del tasso d’interesse, non più leva usata dalla banca centrale per aumnetare o diminuire la base monetaria, ma riferimento per le banche quando concedono prestiti alle aziende. In questo quadro allora la banca centrale svolge un ruolo completamente differente rispetto a quanto sostenuto dalla TQM. Essa fissa un prezzo per la moneta legale che influenza il tasso d’interesse bancario.

La domanda di moneta, sensibile al tasso d’interesse, diminuirà o aumenterà in funzione di questo, dando quindi una certa efficacia alle politiche monetarie.


La relazione moneta-prezzi nel lungo periodo

Dibattendo di queste questioni, alcuni sostengono come tale teoria sia errata mostrando grafici di lungo periodo della relazione moneta-prezzi e mostrando quindi come la relazione, nel lungo periodo, torni ad essere vera: quello che sfugge a queste persone è che qui non si sta mettendo in dubbio la correlazione di lungo periodo M-P, ma la relazione di causa effetto.

La correlazione M-P è una necessità nel lungo periodo e difatti torna ad essere tale, epurati gli effetti di breve periodo.


Moneta M2 (rosso) e deflattore del PNL (blu), variazioni della media decennale, Stati Uniti




Ma non è stata la moneta stampata ad aver fatto crescere i prezzi; l’aumento dei prezzi invece, nel lungo periodo, dovuto a fattori diversi, ha comportato una richiesta di maggiore massa monetaria.

Ovviamente, ne consegue che se questa teoria fosse vera, diminuirebbe di molto il potere della banca centrale di regolare il ciclo economico, soprattutto in fasi in cui “il cavallo non vuole bere“.


Fonti:

  • http://www.marcopassarella.it/wp-content/uploads/economia-post-keynesiana.pdf
  • The Kaldor‐Kalecki business cycle model, A. Krawiec & M. Szydlowski (1999)
  • Keynesblog, teoria della moneta endogena, 2013
  • An application of a Kaldorian export-led model of growth to the United States, Atesoglu (2006)
  • The existence of a two‐class economy in the Kaldor model of growth and distribution, Fazi, Salvadori (1981)