Il lavoro in Italia è sottoutilizzato: ecco come la Curva di Phillips fallisce

Il lavoro in Italia è sottoutilizzato: ecco come la Curva di Phillips fallisce

Maggio 11, 2020 0 Di Gabriele Galletta

La curva di Phillips è quella particolare relazione macroeconomica che come ben si sa lega il tasso di disoccupazione osservato con il livello di inflazione o, meglio, con le aspettative di inflazione.

Per essere brevi e sintetici e non soffermarci su un dibattitto economico durato circa sessant’anni sulla natura e sulla forma della curva, ricordiamo solo che la curva lega in modo inversamente proporzionale il tasso di inflazione con il livello di occupazione, nella sua versione più semplice, e predice un aumento del livello generale dei prezzi quando il tasso di disoccupazione diminuisce (più occupati che spingono per maggiori aumenti salariali): in questi casi, buona parte dell’inflazione viene alimentata dall’aumento dei salari tipica delle fasi in cui la disoccupazione raggiunge il minimo fisiologico (solitamente tassi di disoccupazione tra il 3% e il 4% sono fisiologici perché fotografano la quota di lavoratori che si «sposta» per cambiare lavoro). In questi casi la forza lavoro ha più potere contrattuale e quindi i salari tendono ad aumentare.

Ma la Curva di Phillips è andata più e più volte in crisi e, ad oggi, si è capito come non esista un’unica curva, così come non esiste un unico NAIRU (Non accelerate Inflation Rate of Unemplyment), ovvero quel tasso di disoccupazione «naturale» la cui stabilità dovrebbe ammettere livelli stabili di occupazione.

Ad esempio, mentre in America (prima della crisi Covid) si osservava un ritorno della Curva tra il 2018 e il 2019 (negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione era scivolato fino al 3,7%, il livello più basso degli ultimi 49 anni, mentre il tasso di inflazione, dopo aver toccato anche lo zero tra fine 2014 e inizio 2015, era risalito fino al 2,5%, con punte nel corso dell’anno vicine al 3%), in Italia le previsioni della Curva erano state messe in forte discussione, osservano un aumento degli occupati costante tra il 2013 e il 2019, ma non un pari aumento dell’inflazione, che ancora mostrava una progressione minima dello 0.9% nel 2019 (situazione che ovviamente peggiorerà nel 2020).

Il problema è che la situazione italiana merita un’analisi più approfondita per spiegare la capacità della curva di Phillips di mostrare la relazione disoccupazione-inflazione: situazione italiana caratterizzata da un ampio sottoutilizzo del lavoro.

Fonte: ISTAT

Nel 2019, a fronte di una crescita dell’occupazione e una riduzione del tasso di disoccupazione, Nella figura R1, desunta dal DEF2020, si analizzano alcuni dati del mercato del lavoro, in particolare il numero totale di occupati e il rapporto tra ore lavorate e occupati. Gli occupati hanno raggiunto il massimo storico, attestandosi a 23,426 milioni in giugno e risultando pari a 23,352 milioni in media d’anno. Tuttavia, sebbene il numero di occupati abbia recuperato e superato i livelli precrisi, le ore lavorate per occupato si collocano ancora al di sotto di tale livello, sia in totale che per singoli settori, evidenziando come l’occupazione sia caratterizzata da una bassa intensità lavorativa. In questo contesto, la dinamica delle retribuzioni orarie contrattuali è stata moderata, segnando in media una crescita dell’1,0% (Fonte: DEF2020). La scarsa crescita dei salari in presenza di un’occupazione in aumento rimanda al tema, discusso ampiamente in letteratura, della wageless recovery, decisivo per verificare la capacità della Curva di Phillips di predire l’andamento dell’inflazione rispetto al tasso di disoccupazione.

Gli indicatori di sottoutilizzo della forza lavoro

Per analizzare in maniera accurata il rapporto tra numero di occupati e ore lavorate, è utile ricorrere a delle misure di sottoutilizzo del lavoro.

 Rientrano nella manodopera sottoutilizzata:

  • i sottoccupati, ovvero occupati part-time che desiderano lavorare un numero maggiore di ore a settimana e che sarebbero disposti a lavorare più ore nelle due settimane successive a quelle a in cui avviene la rilevazione statistica;
  • gli occupati in part-time involontario, ovvero occupati che dichiarano di aver accettato un lavoro part-time in assenza di opportunità di lavoro a tempo pieno;
  • coloro che non cercano lavoro ma sono disponibili a lavorare nelle settimane successive alla rilevazione.

I fenomeni della sottoccupazione e del part-time interessano segmenti di occupati a bassa istruzione, e appaiono più concentrati nelle regioni del mezzogiorno d’Italia e nel settore della ristorazione, degli alberghi e dei servizi alla persona.

Il ricorso agli indicatori in grado di identificare l’ampiezza dello slack nel mercato del lavoro (inteso come questa discrepanza tra occupati e intensità lavorativa) diventa di particolare importanza quando si vuole individuare la relazione esistente tra andamento dell’occupazione e andamento delle retribuzioni e dei prezzi e, quindi, il perché alcune previsioni della curva di Phillips vengono disattese.

La debole risposta dei salari all’occupazione può trovare spiegazione nel perdurare di ampi margini di sottoutilizzo della manodopera disponibile: a fenomeni di sottoutilizzo del lavoro si associano livelli retributivi più bassi, spesso inferiori ai 2/3 della retribuzione mediana.

In questo ambito, la wageless recovery appare quindi legata, come la letteratura ha mostrato, non tanto ad u tasso di disoccupazione che si avvicini al NAIRU, quanto invece all’analisi dell’intensità della forza lavoro: in questa dinamica, la Curva di Phillips potrebbe quindi considerare indicatori di sotto-utilizzo della forza  lavoro, anziché la disoccupazione generalmente intesa.

Rappresentando le retribuzioni una base necessaria per l’aumento dell’inflazione di fondo52, è verosimile che l’estensione del sottoutilizzo del lavoro, concorrendo al rallentamento della dinamica delle retribuzioni, si ripercuota negativamente sull’inflazione, contenendone la crescita.

Fonti:

  • ISTAT. (2019) “Rapporto annuale 2019 – La situazione del Paese” L. 196/97 (cd. Pacchetto Treu); Dlgs 368/2001 (Decreto Sacconi) L. 30/2003 (cd. Legge Maroni-Biagi); L. 92/2012 (cd. Riforma Fornero); L. 78/2014 (cd. Decreto Poletti); L. 81/2015 (cd. Jobs Act).
  • BCE. (2016) “Bollettino economico 6/2016. Fattori alla base dell’andamento del numero medio di ore lavorate per occupato”.
  • OECD. (2018) “OECD Employment outlook, 2018” cap.1. Conti, A., Guglielminetti, E., Riggi, M. (2019) “Labour Productivity e wageless recovery”, Temi di discussione, Banca d’Italia.
  • Nickel, C., Bobeica, E., Koester, G., Lis, E., Porqueddu, M. (2019) “Understanding low wage growth in the euro area and European countries”, Banca Centrale Europea, Occasional Paper Series, N°232.
  • IMF. (2017) “World Economic Outlook 2017”, cap. 2 “Recent Wage Dynamics in Advanced Economies: Drivers and Implications”.
  • BCE. (2017) “Bollettino economico 3/2017. Valutare l’eccesso di offerta nel mercato del lavoro”
  • ISTAT et al. (2019) “Il mercato del lavoro 2018. Verso una lettura integrata”.