Gli obiettivi economici e sanitari sono davvero divergenti?

Gli obiettivi economici e sanitari sono davvero divergenti?

Maggio 17, 2020 0 Di Gabriele Galletta

In questi giorni, ascoltiamo sempre più spesso, nel dibattito politico ed economico, slogan e inviti a superare lo stringente lockdown che ormai da due mesi ci attanaglia, nella convinzione che il mondo produttivo non possa ancora aspettare che il virus venga completamente debellato.

Questo ragionamento porta con la se una conseguenza logica: gli obiettivi sanitari di tutela della salute pubblica e di contenimento della pandemia sono inconciliabili con la crescita economica e con la produzione.

Ma è davvero così?

Alcuni studiosi di diverse Università europee (T Assenza, F Collard, M Dupaigne, P Fève, C Hellwig, S Kankanamge and N Werquin,2020) si sono posti questa domanda e hanno approfondito la questione: con questo articolo vogliamo capire e indagare le conclusioni a cui sono arrivati.



Lo studio

I ricercatori parlano di due fasi susseguenti nelle quali ci stiamo muovendo, ovvero il martello e la danza.

Il martello è la cosiddetta “Fase 1”, come abbiamo imparato a conoscerla, ovvero la fase di confinamento che ha temporaneamente limitato l’attività economica al fine di controllare la diffusione della pandemia (precisando comunque come esistano importanti differenze tra i paesi nelle intensità e durate del blocco).

La danza è invece la “Fase 2”, caratterizzata dalla graduale revoca delle misure di confinamento e successivo riavvio dell’attività economica. Durante questa seconda fase, la pandemia deve essere tenuta sotto controllo mentre non è ancora completamente soppressa.

Gli autori, partendo dal presupposto che questa strategia in due fasi è stata proposta dal mondo epidemiologico (Pueyo, 2020) vogliono dimostrare come le conclusioni a cui arriva il mondo economico non sono molto differenti e, pertanto, che gli obiettivi sanitari non si discostano tanto da quelli economici.

In particolare, gli autori, partendo dagli attributi classici che rendono pericoloso e quasi incontrollabile COVID-19 (rapida propagazione e la natura asintomatica di molte infezioni) vogliono mostrare che “the epidemiological strategies to control the COVID-19 crisis are also sound from an economic perspective: controlling the pandemic has economic benefits that go beyond the medical benefits of reducing congestion in hospitals or gaining time to develop a cure or a vaccine”

Ergo, il controllo dell’epidemia ha benefici economici che vanno molto al di la del semplice superamento della congestione degli ospedali.



Interventi di politica settoriale

Gli autori partono dal presupposto secondo cui gli interventi di politica economica e di contenimento, in questa fase, dovrebbero avere un approccio settoriale, secondo il modello delle «esternalità positive» legate ai benefici economici e delle «esternalità negative» legate ai rischi epidemiologici.

Le esternalità, si ricorda, in microeconomia sono considerati quegli effetti non direttamente generati dall’azione di un individuo e/o agente, ma soltanto a latere: gli investimenti in ricerca generano effetti positivi diretti perché permettono di assumere spesso molti ricercatori e aumentare l’occupazione, ma hanno grandi effetti economici «indiretti» in termini di innovazione e crescita. Queste sono le esternalità.

La figura 1 proposta dagli autori distingue i settori produttivi lungo le variabili anzidette delle «esternalità positive» legate ai benefici economici e delle «esternalità negative» legate ai rischi epidemiologici.


Il punto chiave che gli autori analizzano è che non agire con forza nei confronti della pandemia può avere delle esternalità negative che spesso non vengono considerate e che possono andare ben oltre la paura da contagio e il congestionamento delle attività sanitarie.

Gli autori quindi propongono di

  1. limitare le attività che generano forti esternalità a rischio di infezione ma deboli esternalità economiche (ad es. Ristoranti, cinema);
  2. proteggere o sovvenzionare le attività economiche essenziali che hanno forti ricadute economiche positive, specialmente se esercitano esternalità deboli di rischio di infezione (ad esempio banche, prodotti farmaceutici);
  3. gestire attentamente le attività che sono sia economicamente essenziali che presentano ricadute ad alto rischio di infezione (ad es. Assistenza sanitaria, istruzione).

Gli autori provano a dimostrare questi loro assunti di base raffrontando gli effetti economici (sui consumi) di politiche definite “ottimali” di contenimento e progressivo allentamento e di politiche ispirate al «laissez-faire», ovvero al contenimento e successivo de-confinamento massivo e non settoriale.

Il modello considera due ipotesi anche, una caratterizzata dalla congestione della sanità, l’altra senza congestione.


La simulazione suggerisce come la risposta “ottimale” e settoriale alla pandemia generi un più lento blocco della stessa e un calo di consumi maggiore (24% contro 20%), ma permette di avere una ripresa più veloce nel medio termine.

Gli autori, in definitiva, propongono un’azione politica dinamica contro il virus: tempestiva e decisa (martello) se aiuta a salvare vite a lungo termine, nella prima fase della pandemia. Se ritarda semplicemente le infezioni a breve termine, rallenta solo la ripresa e comporta costi economici più elevati. Settorialmente diversificata e (danza) con un de-confinamento ottimale negli altri casi.

Gli obiettivi sanitari ed economici, quindi, non si escluderebbero a vicenda.


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